Populisto

14-08-09

Lo scarrafaggio sulla scala

Archiviato in: Irrilevanza — populisto @ 13:53

Oggi ho ammazzato uno scarrafaggio. Era sulle scale del mio condominio, l’ho incontrato mentre, tornando con la spesa, salivo in casa. Il condominio è vuoto, eravamo io e lo scarrafaggio. (I miei sono in Puglia). Ho ammazzato lo scarrafaggio. È rimasta una chiazza bianca: le interiora e il sangue bianco dello scarrafaggio. Con un calcio l’ho buttato nel vano ascensore. Ho rivisto la chiazza bianca rimasta, scendendo le scale, quando sono uscito di nuovo. Dall’alto assomiglia a una cagata di piccione. Lì vicino c’è il finestrone del vano scale, che in questo periodo è sempre aperto, quindi è plausibile che sia una cagata di piccione. Qualsiasi inquilino che, salendo o scendendo le scale, vedesse la chiazza bianca, sono sicuro che per prima cosa penserebbe sia una cagata di piccione. Almeno: se non si sporge nel vano ascensore e riesce a vedere dall’alto lo scarafaggio morto, cosa che dubito, dato che dal terzo piano non si può vedere così in basso e inoltre il vano ascensore è buio. La portinaia è pure appena andata in ferie. Quindi fino al 22 non se ne parla di avere la chiazza bianca lavata dalle scale. A meno che non me la pulisca io da solo. Cosa che non ho la minima intenzione di fare.

21-09-08

Regola numero uno per conservare la sanità mentale

Archiviato in: Irrilevanza — Tag: — populisto @ 21:40

Evitare tassativamente di accendere la televisione fra le sette e le nove di sera.

Certo attaccare la televisione è come sparare sulla Croce Rossa.
Non è questo.

Mentre chi accende la televisione normalmente mette solo a rischio, sebbene grave rischio, la propria sanità mentale, per chi la guarda fra le sette e le nove di sera non resta purtroppo nulla da fare.
Impacchettare. Istituto.

11-09-08

qualità = q – 1

Archiviato in: Irrilevanza — populisto @ 13:35

Continuo a intossicarmi di cioccolato. Non è nemmeno Nutella, è la versione economica della Nutella (non ricordo come si chiama) che hanno all’Esselunga. Il sapore in effetti è peggiore di quello della Nutella. Però se si continua a mangiare la stessa cosa per un po’ di tempo si dimentica il sapore della Nutella e non esistendo più termini di paragone il problema cade. Sarà un anno che non mangio più Nutella, mi sono quasi dimenticato il sapore. Per me ora la Nutella esiste solo come termine di paragone ideale, una cosa che so, idealmente, che è migliore di quella che mangio, ma essendo questa una condizione esistenziale ineliminabile (c’è sempre una versione migliore di ciò che abbiamo o che stiamo facendo) non me ne dolgo.

08-09-08

Rumori atmosferici

Archiviato in: Irrilevanza — Tag:, , — populisto @ 21:43

Quando non so cosa fare mi metto ad ascoltare i rumori dell’atmosfera. È incredibile quante cose che non udiamo ci sono che ci circondano lo stesso in ogni momento. Alle volte ci sono anche cose che non possiamo evitare di ascoltare. Sono quei rumori che coprono tutti gli altri. C’è da chiedersi se non è il caso che questi rumori che devono assolutamente essere ascoltati da tutti non rappresentino il segno di qualcosa di veramente importante che l’universo sta cercando di comunicarci. Altrimenti non sarebbero così alti! Se l’universo sta male, ad esempio, non potrebbe volerci comunicare questa sua malattia attraverso segni inequivocabili? L’universo ha il potere assoluto, quindi può decidere se produrre suoni più alti di altri, in modo che non sia possibile evitare di sentirli. L’universo vuole che siamo consapevoli! Di cosa, però, mi chiedo? Cosa vuole che sappiamo? Che sta male? O qualcos’altro? Magari che stiamo male noi… Cosa vuoi comunicarci, universo?
In particolare, ci sono alcuni rumori che si reiterano con periodica frequenza: cosa significa? Cosa vuol dire? Possibile che certe cose che noi non possiamo fare a meno di leggere come errori fondamentali continuino a ripetersi nell’universo? Vuole forse dire che non sono errori, ma che sono cose giuste, che l’universo vuole siano così, che hanno la loro ragione di essere?
Ci sono addirittura certi segni rumorosi che l’universo è in grado di riprodurre esattamente nella loro stessa forma in luoghi distinti. Come non possono essere questi segni evidenti che l’universo sta cercando di dirci qualcosa? Cosa vuole dirci l’universo con questi rumori?
Universo, vorrei aprire un dialogo con te, perché ci sono certi rumori che fai che mi danno fastidio; non li posso tollerare, non posso capirne né accettarne l’esistenza.
Come per esempio quel rumore fisso che fai tutte le mattine con quel passo povero ma sempre uguale e quella sorta di fischio unto, quel modo di sfruttare l’aria per le sue proprie inflessioni di rumore, quella sua presenza a un tempo scostante, preoccupante e sfidatoria. Come devo accogliere queste indicazioni, universo? Universo, se c’è un incrine nella tua essenza, fa’ che si sistemi, universo, che parli con me perché forse vuoi il mio feedback. Il mio feedback è quello che sto cercando di darti. Universo, certi rumori sono il segno della tua malattia, come la tua tosse e il tuo battito irregolare. Chiedo a tuo padre, o universo, di aiutarti affinché tu guarisca e i tuoi rumori non siano più fastidiosi ma suoni armoniosi.

24-08-08

interessante video della cnn

Archiviato in: Diario — Tag:, — populisto @ 23:59

Contrariamente alle aspettative degli oppositori di Barack Obama che con tutta probabilità hanno creduto di vedere nella vicenda del fratello più giovane sublime materiale da detrazione, parole come

I think because he wants to be. I think in life what you want is what you’re supposed to get.

mostrano che invece George Obama non è invidioso né rancoroso e che ha una grande anima e questo, oltre a innalzare il nome della famiglia Obama risultando in un ulteriore beneficio per Barack, è anche un diretto incitamento a proseguire da parte di una persona che è il tipo di persona dalla quale uno vorrebbe sempre ricevere un apprezzamento sincero. Tutto ciò rappresenta una forza per Barack piuttosto che una debolezza.
George Obama non vuole soldi e non vuole sfruttare la sua fama, non così putroppo i suoi vicini di casa, ma è comprensibile, dato che vivono nella miseria e hanno fame.

22-08-08

life second me

Archiviato in: Irrilevanza — Tag:, , — populisto @ 22:47

Google Street View secondo me è a pieno titolo una regina delle web applications.
Oggi sono stato a Coney Island.

Avrò gusti semplici, ma mi sembra un posto bellissimo. Io sono un cittadino e quindi ho un debole per tutte le realtà tranquille, non parliamo poi del mare. Chissà se quelle villette sono residenziali o sono seconde case, come per noi, che so, la casa in Liguria. In quel caso sarebbero quelli con la casa sulla spiaggia a Coney Island, suppongo posizione piuttosto ambita.
La presenza di un Kingsborough Community College mi fa pensare che potrebbe essere una specie di paese più che un sobborgo o un quartiere di periferia. Come Rho, per dire, ma col mare.
Considerato quello che dice la signora di Tottenville, e cioè che “abbiamo molte persone che lavorano a Manhattan, vivono a Tottenville e prendono la metropolitana per andare in città”, e considerate probabilmente le dimensioni di New York, qualcosa di cui probabilmente io faccio fatica a rendermi conto, l’ipotesi è da suffragare.

A me questi posti piacciono un casino, e devo dire, sinceramente, che non mi dispiacerebbe viverci. Penso di essere anch’io catturato dal fascino di Manhattan, e in generale da New York. Pur non essendoci mai stato, ho però conosciuto gente di New York, in particolare gente femmina di New York… Ma penso sia lo spirito della città a catturarmi.
Quelli che ne parlano bene sono molti, uno su tutti Woody Allen. Ho dato una sbirciata anche alla Quinta Strada, dove vive lui, che costeggia Central Park sul lato orientale.

Mia Farrow racconta in What falls away che nella prima fase del fidanzamento con Woody Allen, lei, che essendo un’attrice figlia di attori era il tipo broadwayano, aveva il suo appartamento sul West Side, mentre Woody Allen, che era nato e cresciuto a Brooklin si era stabilito, da adulto, nell’intellettuale East Side, che è praticamente la New York bene. Siccome i due appartamenti erano uno di fronte all’altro, sui due lati di Central Park, si facevano segnali luminosi e si salutavano con il binocolo attraverso il parco.

Dicevo a me piacerebbe vivere in un posto come Coney Island o Tottenville, cioè appena fuori Manhattan e lavorare a Manhattan. Ma anche no. Se ci fosse lavoro lì, oppure facendo quello che vorrei fare, ovvero lavorare nell’IT in proprio, potrei anche non muovermi da casa, vivere sul mare, in un posto tranquillo e allo stesso tempo respirare la grande aria di New York e averla lì a due passi.

Ah, dimenticavo. Le puntate di Friends mi hanno spinto anche a fare un giro al Greenwich Village.

07-08-08

estate è

Archiviato in: Irrilevanza — Tag:, — populisto @ 20:39

Quando c’è la parata dei film insignificanti che però hanno gli attori del circuito dei telefilm. Posologia: guardabile, possibilmente senz’audio per evitare dispiaceri da doppio doppiaggio.

04-08-08

americani scientifici su mente e sonno

Archiviato in: Diario — Tag:, — populisto @ 08:54

Dormici sopra: come poltrire rende intelligenti
Durante il sonno, il cervello si dà all’analisi di dati, dal rafforzamento della memoria alla soluzione di problemi

Questi sono i due paragrafi che ho capito di meno. Infatti sono quelli più speculativi. Il resto dell’articolo è più che altro descrittivo e ciò che descrive è una serie di risultati già raggiunti o di ipotesi già discusse. Ciò è chiaro dallo stile, che fino a questi due paragrafi è piano e non solleva dubbi. Nei due paragrafi, invece, alcune frasi sono composte in maniera così oscura o approssimativa che l’unica spiegazione che riesco a dare per tale improvviso abbandono della linearità è che l’autore dell’articolo, giornalista specializzato o direttamente uno degli studiosi, combatte lui stesso con questo aspetto della spiegazione del quale sta cercando di passare la palla a noi. Evidenzio in grassetto le frasi più ambigue:

But the question remains: Why did we evolve in such a way that certain cognitive functions happen only while we are asleep? Would it not seem to make more sense to have these operations going on in the daytime? Part of the answer might be that the evolutionary pressures for sleep existed long before higher cognitionfunctions such as immune system regulation and efficient energy usage (for instance, hunt in the day and rest at night) are only two of the many reasons it makes sense to sleep on a planet that alternates between light and darkness. And because we already had evolutionary pressure to sleep, the theory goes, the brain evolved to use that time wisely by processing information from the previous day: acquire by day; process by night.

Or it might have been the other way around. Memory processing seems to be the only function of sleep that actually requires an organism to truly sleep—that is, to become unaware of its surroundings and stop processing incoming sensory signals. This unconscious cognition appears to demand the same brain resources used for processing incoming signals when awake. The brain, therefore, might have to shut off external inputs to get this job done. In contrast, although other functions such as immune system regulation might be more readily performed when an organism is inactive, there does not seem to be any reason why the organism would need to lose awareness. Thus, it may be these other functions that have been added to take advantage of the sleep that had already evolved for memory.

Vediamo se riesco a districarle per capir meglio.

Alcune funzioni del cervello che esistevano prima dello svilupparsi di una coscienza di tipo superiore (“higher cognition”):
- regolazione sistema immunitario
- ottimizzazione dispendio energetico (es. cacciare di giorno e riposare di notte)

Secondo il testo, queste due funzioni sono

due delle ragioni principali per cui ha senso dormire su un pianeta dove si alternano giorno e notte.

Infatti, gli uomini sarebbero indotti al sonno in primo luogo dalla “pressione evolutiva”:

abbiamo già avuto una pressione evolutiva al sonno

Ciò significa che siccome l’ambiente naturale, principalmente nella sua forma giorno/notte, aveva già spinto l’organismo umano a dotarsi del sonno per sfruttarlo, a quel punto:

il cervello si è evoluto in modo da usare quel tempo (dedicato al dormire) al meglio … Acquisire di giorno; elaborare di notte.

C’è però una teoria opposta:

Il lavoro che il cervello compie quando è in stato incosciente (“unconscious cognition”) sembra aver bisogno delle stesse risorse cerebrali che si occupano di elaborare i segnali percettivi in ingresso quando si è svegli.

Quindi, dato che

il cervello può aver bisogno di ‘disattivare’ gli impulsi esterni per compiere questa elaborazione della memoria (“memory processing”),

allora

questa elaborazione sembra essere di fatto l’unica funzione che avviene nel sonno, per la quale il sonno è strettamente necessario.
Per contro, anche se sembra che funzioni come la regolazione del sistema immunitario e l’organizzazione del dispendio energetico siano svolte più velocemente quando l’organismo è inattivo, per queste funzioni non sembra essere strettamente necessaria l’inattività.

Quindi, stando a questa versione, il sonno si è evoluto per e solo per e in funzione della memoria (“higher cognition”). Sarebbe solo in seguito che a esso si sono aggiunte (già che esisteva) le altre funzioni.
Questa visione io la chiamerei “memoriocentrica” o “coscienzocentrica”, in quanto decreta che il sonno è nato solo per la necessità di far funzionare gli aspetti più puramente umani e filosofici del cervello. Non, quindi, per far riposare il corpo. Non ci sarebbe, cioè, bisogno di addormentarsi per riposare il corpo e dormire servirebbe solo al cervello.
Con questa visione si spiega a fatica perché allora anche gli animali dormono. Si può però aggirare la difficoltà se si ammette che anche il cervello degli animali svolge alcune funzioni cognitive, anche se non avanzate come quelle dell’uomo.
Inoltre, aggiungerei che specialmente questa teoria nega qualsiasi validità a cose come l’apprendimento subliminale nel sonno o l’ascoltare musica mentre si dorme, forse invenzione più che altro dei ciarlatani.

24-05-08

trailers

Archiviato in: Diario — Tag:, — populisto @ 23:05

Ho visto 21. Niente di che, ma carino. Un buon film, divertente e tutto quanto.
Certo, un po’ inferiore alle aspettative che avevo dopo aver visto lo speciale, ieri su Mtv. Questo la dice lunga sull’andare a vedere un film dopo averne sentito cantare le lodi in uno speciale promozionale in televisione. Devo dire però che certe cose corrispondevano. Quel cavolo di speciale mi ha sicuramente incantato.
Secondo me una cosa che delude parecchio è il doppiaggio. Lo speciale, infatti, mostrava gli spezzoni in lingua originale, con i sottotitoli per aiutare a capire. Secondo me è questa la cosa che veramente attira. I film americani sono belli perché gli attori sanno recitare. Se ti fanno vedere uno speciale con un paio di battute cruciali del film nella lingua originale, puoi star certo che ti attireranno ad andare a vedere il film. Perché le battute cruciali sono anche recitate in modo cruciale, non sono soltanto un punto importante della trama. Le battute ad effetto delle scene cruciali sono ciò che può attirare uno spettatore che vede uno speciale in televisione ad andare al cinema a vedere il film; più del contesto, ovvero le cose che si possono dire per cantare le lodi del film. Nella fattispecie: stile moderno da videoclip, storia realmente accaduta, Kevin Spacey nel cast, ragazzo come tanti, lei che seduce lui per attirarlo nel gruppo, tema del gioco d’azzardo, MIT, ecc.

Vedendo i trailer di Indiana Jones IV e di Hellboy II ho pensato che il genere “Trailer” è motivo sufficiente, forse l’unico rimasto, per andare al cinema oggi. I trailer sono veramente fichi, sono spettacolari, ti esaltano. Vorresti metterti a saltare, ad applaudire, fai fischi, urli e ti agiti per quanto pazzeschi sono. Allora penso: è qui che è la vera arte. Perché con questi trailer loro devono essere accattivanti al massimo. Lo stesso vale per gli “Speciali” in televisione. Stesso discorso. È qui che si consuma la vera partita. È qui che si fa sul serio.
Perché il film, una volta che sei andato a vederlo, è finita lì. Una volta che hai pagato il biglietto, sono cavoli tuoi, chi se ne frega se ti piace o meno (a meno che gli autori non abbiano pensato a delle strategie di fidelizzazione per sfruttare l’indotto commerciale o il nome inteso come figura autoriale che produrrà altri film nel futuro, ad es.: “Dal regista di x“, “Dal produttore di y“, ecc.). Una volta che esci dalla sala, la tua esperienza è finita.
Ed ecco che ricomincia la lotta per portarti di nuovo nella sala a spendere i tuoi sette euro un’altra volta. I trailer sono le vere opere d’arte. Concisi, veloci, diretti, immediati, potenti. Niente rappresenta l’idea di effetto artistico meglio di un trailer cinematografico.
Il film poi può essere lungo, noioso, pieno di banalità. Se consideriamo che ogni opera ha qualche difetto, compresi i capolavori assoluti, quante volte può deluderti un film nel corso delle sue due lunghe ore di media? Le cose che ci colpiscono, soprattutto a una prima visione, sono sempre elementi, atomi: una battuta, una scena, un volto, un corpo, un’inquadratura, un attore, un vestito, un gesto, un colpo di scena, una bizzarria visiva, quasi mai la storia. Di solito sono solo i capolavori, i grandi film, quelli che riescono a dare l’impressione unitaria, il ricordo di un tutto unico, e i capolavori quanti sono, l’1%? E anche in questi casi, la percezione globale del film è più probabile raggiungerla dopo alcune visioni. E raramente guardiamo un film una seconda volta.

Ma il trailer è un concentrato, densità massima, intensissimo. Ci dà immediatamente l’idea del film nella sua interezza attraverso il massimo della sintesi, un riassunto ai minimi termini.
Come genere, è ancora più breve del cortometraggio. Per questo è il genere migliore. È il massimo dell’incisività, dell’effettività.
Quando mi esalto da matti vedendo un trailer, penso: “Fiiico”; ma la maggior parte delle volte non penso che poi andrò a vedere il film. Non è che perché ho goduto con il trailer, allora il film mi farà godere. Il film, tanto per cominciare, ha ritmi completamente diversi dal trailer. È un’esperienza completamente diversa. Quando pensiamo “Fiiico” e desideriamo andare a vedere il film, è perché immaginiamo, erroneamente, che il film ci darà la stessa esperienza sensoriale (tutte le esperienze sono sensoriali) che in quel momento stiamo avendo col trailer. Questo, però, non accade.
Dopo un tot di delusioni rispetto alle promesse dei trailer, impariamo questa verità. Impariamo a goderci direttamente il trailer, fornitoci gratuitamente in attesa del film che stiamo per guardare. Al prezzo di un biglietto, ci guardiamo un film e ci gustiamo uno o due trailer che ci fanno godere da matti. E tutto questo, senza doversi preoccupare minimamente del film che si andrà a vedere prossimamente.
Quando guardo dei trailer, penso a quelli che li hanno fatti, e penso che sono dei geni.

29-04-08

sul concetto di confezione

Archiviato in: Irrilevanza — Tag:, , , , — populisto @ 18:25

La maggior parte delle cose che si fanno, come i fumetti, i film, i cartoni animati e i libri, si fanno per far piacere. Ecco perché c’è un sacco di gente che perde letteralmente la testa per cose di questo genere. Basta guardarsi in giro e vedere quanti blog ci sono dedicati a queste cose. La cosa che sconcerta, e che mi fa in questo momento scrivere un post come questo, è che su blog che riguardano i fumetti, per esempio, ci trovo postate scansioni di pagine intere di volumi a fumetti. I blogger in questione hanno scritto un post basandosi su una particolare pagina di un albo a fumetti, o su una particolare vignetta, o su una particolare scena. Non farebbe nessuna differenza se a farlo fosse un appassionato di film, o un appassionato di libri. Mostrare a tutti come è scritta una data pagina, raccontare cosa si pensa di una data scena, ecc. Quando vedo cose di questo genere la prima cosa a cui penso, regolarmente, è che queste persone devono avere letteralmente perso la testa per queste cose cui dedicano i loro blog e i loro post. Non si tratta semplicemente di tenere un blog dove si parla del proprio hobby. Siamo proprio di fronte a casi di possessione, di estasi pura. Uno che scannerizza una pagina di un albo a fumetti e la pubblica su internet in un post deve essere letteralmente rimasto folgorato da questa pagina. Io personalmente non ho la passione per i fumetti. Ce l’ho però per altre cose, come film o libri, o anche quadri o dischi. Ci sono delle parti di opere o delle opere intere, appartenenti a questi ambiti, che mi piacciono talmente tanto o mi sono piaciute talmente tanto che sento quasi l’impulso a volerle mostrare ad altri senza, volendo, neanche il bisogno di commentare o di scriverci un post o altro tipo di didascalia di complemento. Grazie a queste esperienze personali, anche se non sono appassionato di fumetto posso capire questi appassionati di fumetto che pubblicano delle pagine di albi scannerizzate. Penso che quelle particolari scene, per il modo in cui sono state disegnate, o per il modo in cui sono state colorate, o per il modo in cui sono state impaginate, o per i personaggi che rappresentano, o per le storie che raccontano, o per i sogni che risvegliano, o per i desideri a cui rispondono, sono pagine che per questi individui appassionati di fumetto devono essere state delle vere e proprie folgorazioni. Il classico tipo di cosa che uno non ha mai visto in vita sua, e con cui di solito ha il primo incontro negli anni sensibili dell’infanzia o dell’adolescenza, e che lo impressiona così tanto da rimanergli come un idolo per il resto della vita. Queste persone dalle pagine dei fumetti che arrivano addirittura a scannerizzare, penso, devono trarre un piacere che io non riesco a capire, in quanto io non sono un appassionato di fumetto, ma devono ricavarne un piacere che dev’essere qualcosa di potentissimo e di misterioso, qualcosa che li strabilia praticamente ogni volta che queste persone aprono una pagina di un albo a fumetti, qualcosa che le lascia esterrefatte ogni volta, o perlomeno qualcosa che le ha lasciate esterrefatte almeno una volta e che passano tutto il resto della vita ricercando, come succede quando si ascolta uno degli album musicali che segneranno la nostra vita. Se poi si diventa appassionati di musica è perché si passerà il resto della vita a ricercare quella particolare emozione. E si ritornerà su quella particolare canzone, o su quel particolare album, per ascoltarlo e riascoltarlo, conoscerlo fin nei minimi particolari e cercare di capire attraverso quali strumenti questo album o questa canzone, o questa pagina di un album a fumetti nel caso dei fumetti, è riuscito a darci quella particolare emozione o cos’è che ci piace così tanto in esso. Facciamo i nostri primi balbettanti passi nei principi dell’estetica quando ci chiediamo cos’è che ci è piaciuto in un album o in un fumetto. Ricerchiamo la stessa cosa replicata in altre forme e tutte le volte che non la troviamo abbiamo materiale a sufficienza per fare paragoni del tipo più proficuamente estetico. Tutte queste opere che ci piacciono al massimo grado e ci colpiscono sono tutte opere, come dicevo all’inizio, costruite per piacere. Quasi mai sono il frutto del momento o dell’ispirazione. Ma sono tutti oggetti artistici altamente pensati e calcolati per ottenere esattamente quel dato effetto. Molte volte falliscono. Molte volte hanno successo lasciandosi dietro intere esistenze di individui appassionati che per anni non riescono a capacitarsi del potere che una data opera esercita. Nascono le estetiche, intese come teorie. Nascono le comunità di appassionati, i gruppi di discussione, le convention, il merchandising, ma soprattutto nascono gli epigoni. Dopo Sergio Leone, lo Spaghetti Western, per anni, decenni a venire. Quando non riescono a fare estetica attraverso la speculazione teorica, la fanno attraverso la pratica, come unico modo che hanno per rendere conto di una dipendenza. Questi oggetti d’arte creati per convincere ottengono molte volte il loro risultato. Puoi dirlo dalle pagine di blog con pagine di albi di fumetti scannerizzate e pubblicate. Puoi avere un’idea della folgorazione di vecchia data che ha segnato la vita di un particolare individuo. Certi personaggi, certe atmosfere, certi dialoghi, certe azioni, certe trame, certi costumi, certe pose, certi colori non li dimenticheremo mai. Ma se una cosa non è fatta per piacere non ottiene lo stesso effetto. Il prodotto artistico è sempre il prodotto di un lavoro di revisione possente. Non esiste quasi mai che il getto improvvisato e non trattenuto provochi gli stessi attaccamenti degli oggetti artistici pianificati e calcolati per avere un determinato effetto. L’industria culturale ha accentuato questo processo. I prodotti che devono avvincere vengono confezionati a regola d’arte. Sono oggetti, sono creazioni eppure diventano più importanti degli uomini stessi, dato che gli uomini ci perdono dietro vite intere. Si legge un racconto di Borges come L’immortale e si è letteralmente affascinati e catturati. La perfezione, la calcolatezza, la misura, la splendidezza di quelle parole, di quel ritmo, di quei temi, di quello spirito, non ci abbandona più, conquista il nostro gusto di esseri umani, e ci porta a chiederci: cos’è che piace agli esseri umani? È solo la novità, o è l’armonia? Cosa piace, per esempio, in una parola? Cosa rende un vocabolo “splendido”? La sua lunghezza? I suoi suoni? O non è semplicemente la sua novità? Il fatto che per noi è inusitato? È normale che io a ventotto anni mi ponga ancora le stesse domande? A cosa mi è servito pormele anni prima, se poi mi sono dimenticato le risposte? Più studio, più dimentico le cose: vuol dire che sto studiando bene, le cose giuste? Probabilmente sì. Più studio, meno so. Tempo fa una semplice questione estetica come questa era all’ordine nel giorno nei miei pensieri. Anche se non avrei saputo rispondere senza incertezza, avevo comunque qualche idea sull’argomento che mi alloggiava in testa a pensione abbastanza fissa da permettermi di pronunciarmi con una certa facilità su un tema del genere. Invece adesso mi sembra come se mi stessi ponendo questa domanda per la prima volta. Più studio e più dimentico: sarà un buon segno. Cosa piace agli uomini? E: è giusto creare oggetti che avvincono gli uomini, tanto da influenzare anche per sempre le loro vite? Non bisognerebbe evitare che gli uomini si nutrissero troppo di bellezza? Non esiste un modo di vivere degno e consono al di fuori di quello che ha a che fare con la bellezza? Perché a questo punto la bellezza assume quasi caratteri da tossicodipendenza per gli umani. Non ci si riprende più dalla ‘botta’ che dà la bellezza. Poi viene l’assuefazione. La ricerca spasmodica. Gli uomini non possono vivere nella non-bellezza? Nella monotonia delle giornate sempre uguali? Basta averla conosciuta una volta, che la si ricercherà per tutta la vita.

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